mercoledì 25 luglio 2018

Da “ IL RINATO, EUGENIO SIRAGUSA " anno 1952 “…




“…Ed ora che tu sai che queste cose dovranno avvenire nella quinta, nella
sesta e nella settima generazione, che è l’ultima prova dell’umana gente sulla terra, noi
tacciamo affinché il tuo Spirito osservi”.
Ed io nell’attesa, dopo che loro ( i Sette Giudici del Cielo, ndr ) avevano taciuto, sentii un gran rumore che l’anima mia tremò di paura, e vidi quel che vi narro:
“Un gran buio si fece intorno a noi, e sotto e sopra di noi; e vidi gli uomini della terra, e
donne e bambini tremare di paura perché la terra cominciava a tremare come foglia al vento ed il mare a bollire come l’acqua in pentola. Il grido di terrore giungeva nel cielo. Ogni creatura che, come fuori senno, fuggiva a cercare riparo non trovava forza ed equilibrio e giaceva inesorabilmente esposta alla fine. Tutti cercavano riparo nei monti, eppur non potevano avere tale speranza. Ed avvenne che il mare bolliva sempre più forte e la terra si staccava dalla terra e camminava nel mare simile a fuscelli spinti dal furioso vento. Ed io vidi che tutte le acque entravano sulla terra e moltitudine di essa rimaneva sott’acqua lasciando un grande vuoto; e poi nuovamente la rivedevo, e poi non la rivedevo più, e con essa ogni osa che in grembo portava.
Templi, uomini, animali e grandi foreste e quanto altro c’era periva miseramente. Poi vidi spostare le montagne per tanta distanza che credevo fossero divenuti ramoscelli nell’acqua corrente di un fiume ingrossato. Erano montagne quelle, legate a tanta terra che come trasportate sul palmo della mano da un luogo venivano posate in un altro luogo. Altre montagne sorgevano dalla profondità dei mari ed altre sparivano per sempre. Il grande mare spinto e respinto saltava sulla terra e, come un giocoliere, tutto faceva sparire in un baleno. Ed io sentivo gemiti di acuta disperazione vagare nello spazio, e poi più nulla. Solo mare io vedevo e fuoco sprizzare dalle acque, e la terra ancora fuori dalle acque correre da un punto all’altro punto come impazzita. Un solo tratto di essa era rimasta fuori dalla catastrofe, e Né mare né fuoco la offendevano. Ed io senza poter capire cosa fosse mi rivolsi ai due Saggi dicendo: “Venerati Maestri dello Spirito mio, che cos’è mai quel che io vedo fuori dell’ira ed ancora alla luce del sole?” E loro a me dicendo come se già l’avessero detto, dissero: “Figliolo, quello è il luogo dei Padri della futura generazione e del loro seme Dio si servirà per seminare nuova vita e nuova generazione che sarà la sesta e la settima. Quella che tu vedi è la sola terra che sta alla luce del sole, ed è quello il luogo ove la fede nello Spirito rimase incontaminata e pura, se pur nel sole loro ebbero timore di Dio. Là giace il corpo tuo che fu vivo ed ora non lo è più, poiché l’anima tua è qui accanto a noi. E quel che tu hai visto non patirà sorte dell’ira scatenata, perché è vero che quello è il seme che il Padre ha voluto conservare per le altre generazioni future, sesta e settima””
Ed io ascoltavo quel che Loro dicevano, pur non togliendo gli occhi dello Spirito mio dal mondo sconvolto. E volendo ancora domandare per delucidazione, dissi io a Loro: Dolcissimi Maestri, perché mai ogni cosa perisce con tanta spietata sorte?
E loro a me dissero:
“Quel che Dio ha saputo sulla loro opera non trova giustificazione per la loro vita, perché chi offende con il peggior dei mali Dio, Egli diviene iroso e punisce. Egli ha voluto fermare l’opera mostruosa di quella generazione e seminar nuovo seme. Ed il seme avrà da germogliare e dare il fusto e dopo i rami e le foglie e poi ancora i frutti, e se questi ultimi saranno buoni per lo Spirito, l’albero vivrà felice, se poi dovessero diventare amari, i germi del male colpiranno l’albero ed esso comincerà a perdere la vita. Ma poiché l’umana gente non è mai contenta del bene che Dio Creatore dispone, avviene che sono loro stessi a misurare il tempo che l’albero deve vivere”.

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